Mamma, vorrei un Picasso!

Ero quasi certa che sarebbe stato impegnativo, quand’anche interessante, portare i miei due figli di 9 e 8 anni a una mostra di quadri, ma mai avrei pensato che potesse essere profondamente emozionante ed appagante, oltre che istruttivo, condividere con loro una mattinata d’arte.

Allora, perché temere un possibile insuccesso? Perché inizialmente un qualche moderno pregiudizio, oltre che l’età dei miei figli, mi aveva indotta a pensare che sarebbe stato meglio guardare un bel dipinto sotto la lente di ingrandimento di uno schermo al plasma, per non più di cinque minuti, possibilmente con musica e appollaiati sul divano di casa. Invece, fortunatamente, ammirare un quadro appeso alla parete e in totale assenza delle sopracitate comodità si è rivelata un’esperienza unica e foriera di repliche.

Non è mia intenzione, né ho competenza, per entrare nel merito della mostra (con tutto ciò che tale tentativo comporterebbe: importanza dei quadri esposti, luminosità, completezza delle legende, coerenza del percorso espositivo…). Penso invece che sia più interessante raccontare il modo in cui i miei due bimbi - di scuola primaria - abbiano fatto propria l’esperienza della visita.

Cominciamo col dire che nessun dipinto sembrava ai loro occhi «bello» o «brutto», «migliore» o «peggiore» di altri per il tratto del pennello o per il tipo di rosso scelto dall’artista o per l’eleganza della cornice… Qualcos’altro muoveva il loro interesse e il loro gradiente di apprezzamento. Ogni immagine sembrava connotarsi di minore o maggiore piacevolezza a seconda di quanto rientrasse in quella rete coerente di rimandi che giorno dopo giorno ampliano e integrano, a scuola, a casa o in giro per musei. In altre parole, le opere erano apprezzate soprattutto in quanto parte integrante di un mondo personale ma condiviso di ricordi, conoscenze, affetti, sogni.

«Veduta della Val Camonica» è diventata in un istante il quadro preferito di mio figlio perché lui ama la Valcamonica con l’imponente massiccio della Concarena; allo stesso modo, «Piazza della Loggia con la neve» ha incantato mia figlia perché ritraeva un’elegante carrozza con dame a passeggio ben vestite, sicuramente evocative delle tanto amate principesse fiabesche.

Quello che i miei bimbi facevano, divertendosi con i quadri, era comprendere il dipinto sulla base della loro conoscenza del mondo, e lì si manifestava ai loro sguardi l’inconsapevole bellezza della mostra: amare un quadro o perché rappresentava la montagna che ti accoglie quando vai in vacanza o perché dava colore e forma all’abito dei sogni.

C’è altro oltre la tecnica! Mi risulta incredibile abbracciare l’idea che siamo solo elaboratori, seppur sofisticati, di stimoli esterni (come vuole la tradizione cognitivista standard) o macchine passivamente rispondenti a stimoli in entrata (tradizione comportamentista)!

Ho quindi l’impressione che i miei figli, in mezzo alle opere d’arte, abbiano mandato in onda una bella metafora del vivere quotidiano in cui le nostre interazioni prendono forma e senso dalla nostra storia, non solo dall’esperienza passata ma anche dagli orizzonti futuri. Ed è stato così che, in prossimità della fine del percorso, sognare per sognare, giocare per giocare, non ho potuto che rispondere con una piccola bugia: «Vedremo tesoro…», quando mio figlio mi ha chiesto, con l’indice puntato verso le corna del toro: «Mamma, vorrei un Picasso!».


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