Ho visto un fantasma: le esperienze allucinatorie post-lutto

L’algoritmo di Netflix, se da una parte agevola la vita dello spettatore mettendo in bella mostra i contenuti che potrebbero piacere, dall’altra può nascondere vere e proprie chicche. Ogni tanto quindi scorro l’elenco completo di film, serie e documentari, divisi per genere. È così che mi imbatto l’anno scorso in Midnight diner: Tokyo stories, serie giapponese tratta dal manga Shinya Shokudō di Yaro Abe.

La trama gira attorno a una piccolissima tavola calda nel caotico quartiere di Shinjuku a Tokyo: un cucinino in un retrobottega, un semplice banco in legno e qualche sgabello per i pochi ma affezionati avventori. Aperto da mezzanotte alle 7:00, il ritrovo è frequentato da un variegato popolo di nottambuli e insonni: gangster e giocatori d’azzardo, impiegati e professionisti, studenti. Tutti personaggi più o meno (dis)adattati alla frenetica vita della metropoli, che trovano nel localino un angolo di quiete e ristoro per condividere, oltre al cibo, le proprie vicende personali. Li accoglie un tipo di poche parole che tutti chiamano «masutā» («master», cioè il cuoco), pronto a soddisfare le richieste culinarie dei clienti, se dispone del necessario. Altrimenti è possibile portargli gli ingredienti per farsi preparare il piatto preferito, che sarà poi il filo conduttore di ogni puntata, fondendo sapori e ricordi ora dolci, ora amari.

Prendo spunto dal sesto episodio della prima stagione per parlare delle esperienze allucinatorie post-lutto. Percepire la «presenza» o addirittura incontrare il fantasma del caro scomparso. Esperienze note e molto diffuse, ma poco comprese e spesso banalizzate.

Attenzione spoiler: di seguito accenni e riflessioni sulla trama!

L’episodio vede il fruttivendolo del quartiere diventare sempre più teso e apprensivo quando mangia l’ultima delle prugne sotto spirito preparate dalla madre, scomparsa da qualche anno. Inizia a passare le notti febbricitante, turbato da pensieri e timori che culminano nell’apparizione della mamma che gli chiede di poter entrare in casa. Perché è tornata? Che cosa vuole?

Lutto e «presenze»

Il senso di «presenza» è un’esperienza assai comune durante il lutto, ed è alla base degli aneddoti personali sugli incontri con i fantasmi. In Traditions of Belief (Bennett 1987, 85--88) la psicologia della perdita è brevemente indagata. Iniziamo proprio da qui.

Freud nel saggio «Lutto e Melanconia» del 1917 accomuna la normale esperienza del lutto a quella patologica della depressione, individuandone quattro distinte fasi:

  • profonda e dolorosa tristezza;
  • perdita della capacità di formare nuovi legami amorosi;
  • svogliatezza e abbandono delle attività non legate alla persona scomparsa;
  • venir meno dell’interesse per il mondo esterno.

Per Freud il superamento della perdita è un processo attraverso il quale la persona ritira il proprio investimento affettivo dalla persona scomparsa imparando gradualmente a riorientarlo altrove.

Altro «padre» di questo ambito di ricerca è Lindemann, famoso per aver coniato l’espressione «elaborazione del lutto» (grief work, in inglese). L’autore propone un modello, derivato da quello freudiano, che prevede (Lindemann 1944, pag. 143):

  • imparare a districare i vincoli amorosi che tengono legati alla persona scomparsa;
  • riadattarsi a un ambiente nel quale la persona venuta a mancare non è più presente;
  • infine, stabilire nuove relazioni.

Il lutto patologico consisterebbe nell’incapacità di progredire in questa «elaborazione», fermandosi ai primi, distruttivi stadi. L’autore riteneva tuttavia che attraverso una serie di sedute psichiatriche (da 8 a 10), nel giro di 6-8 settimane, sarebbe stato possibile evitare complicazioni e distorsioni nella reazione luttuosa (ibid., 144). Lindemann vedeva il lutto come condizione psico-medica i cui aspetti emozionali, comportamentali, psicologici dovevano essere adeguatamente «gestiti» e il cui «recupero» passava attraverso una serie di stadi noti e riconoscibili (Bennett 1998, pag. 91).

C’è poi il modello del lutto di Elisabeth Kübler-Ross, entrato a far parte della cultura psicologica «popolare» grazie al lavoro La morte e il morire (1970), in cui delinea le cinque note tappe attraversate da chi perde una persona cara o cui viene diagnosticata una malattia grave. Interessante sottolineare che le fasi non seguono per forza una precisa sequenza. Il lutto comporterebbe fasi di:

  • negazione/rifiuto (non può essere successo, ora si sistema tutto)
  • rabbia (perché proprio a me? Chi ha sbagliato pagherà!)
  • depressione (la vita non ha più senso...)
  • patteggiamento (sono ancora in grado di fare alcune cose)
  • accettazione (la condizione di perdita è infine accettata: si salutano i cari e si fa testamento oppure si riprende la propria vita senza più il caro scomparso)

Infine, un modello più recente è quello di Catherine Sanders che, a partire da ricerche proprie e di altri autori, compie una vera e propria sintesi e propone 5 nuovi stadi del lutto. L’intero processo può durare un mese oppure anni, ciò dipende da persona a persona (Sanders, 1989, 45-108). Abbiamo quindi:

  1. Shock (incredulità, confusione, irrequietezza, senso di irrealtà, pensieri fissi sulla persona scomparsa);
  2. Consapevolezza della perdita (ansia da separazione, struggimento, rabbia, senso di colpa, disturbi del sonno, senso di presenza del caro scomparso, sogni ricorrenti legati alla persona persa);
  3. Conservazione e ritiro (disperazione, spossatezza, indebolimento del sistema immunitario, rimuginamento);
  4. Guarigione (ripresa del paziente: recupero del senso di identità, dei ruoli precedenti, recupero del sonno e generale miglioramento della condizione fisica);
  5. Rinnovamento (la persona colpita dal lutto solitamente si riposiziona nei confronti della vita e delle nuove responsabilità, in un mondo senza più la persona scomparsa)

Ecco comparire nella fase 2 anche il senso di presenza del caro scomparso... ma cosa dicono gli studi?

Fantasmi: dall’aldilà al nostro «mondo»

Un interessante studio sistematico sulle allucinazioni in caso di lutto è stato condotto in Gran Bretagna intervistando 227 vedove e 66 vedovi sulle apparizioni dei relativi coniugi (Rees WD, 1971). In breve, lo studio evidenziava che:

  • circa la metà degli intervistati aveva avuto esperienze allucinatorie o percezioni riguardanti il coniuge scomparso;
  • le allucinazioni potevano presentarsi per diversi anni;
  • le percentuali di maschi e femmine (vedovi e vedove) che avevano allucinazioni erano simili;
  • l’esperienza più frequentemente riferita era l’«avvertire» la presenza del coniuge (39,2%), seguita dal «vederlo» (14%), dall’ «udirlo» (13%), dal «parlargli» (11,6%) e dall’essere «toccati» da esso (2,7%);
  • Le allucinazioni uditive erano più frequenti nelle femmine che nei maschi. I vedovi invece parlavano con la moglie morta più frequentemente delle vedove con i propri mariti

Le esperienze allucinatorie post-lutto (PBHE in inglese) sono, quindi, assai diffuse. Lo confermano anche studi recenti, compresa uno italiano condotto da ricercatori dell'Università degli studi di Milano (Castelnovo et al., 2015). Molti intervistati però sono restii ad ammettere di aver "incontrato" il fantasma del proprio caro, temendo che la propria esperienza possa essere vista dagli altri come sintomo di qualche grave disturbo psichico. Alcuni studiosi preferiscono infatti parlare di "esperienze di presenza continua" evitando termini come "allucinazione" che rimandano a condizioni patologiche.

Non mi sorprende il fatto che queste esperienze fossero più comuni in chi aveva avuto un matrimonio felice e dei figli. Un dato che di nuovo segnala che anche questo fenomeno psichico, così come altri, non è neutro rispetto alla storia di vita delle persone che lo sperimentano e al loro «mondo». Non solo, ci ricorda che la visione di un universo in cui ci siamo noi e poi tutta una serie di cose e persone a noi esterne deve essere rivista (vedi anche il nostro articolo «Mondo e follia»). L’Altro non è soltanto qualcuno che abita il nostro stesso pianeta e fa parte della nostra vita in maniera più o meno intensa. L’Altro significativo è costitutivo di chi noi siamo, in altre parole ci definisce, ci fa sentire, è parte integrante di noi e con esso siamo sempre in relazione. Quando questa componente umana del nostro essere nel mondo viene a mancare, parte di noi manca con esso: possibilità di fare e di sentirsi vengono improvvisamente recise, dolorosamente.

Qui si nota anche il limite dei modelli a stadi del lutto. Ci fanno perdere l’individualità dell’esperienza di ciascuno. Uno dei maggiori studiosi britannici del lutto, lo psichiatra Colin Murray Parkes (1993, pag. 242) commenta infatti che il dolore della perdita è un’emozione che ci orienta verso qualcosa o qualcuno che manca. Emerge dalla consapevolezza di uno scarto tra il mondo come è e come «dovrebbe essere». Ora, studiare il mondo così come è non è tanto un problema quanto lo studiare il mondo che ognuno di noi vorrebbe. Questa sfera psicologica rimane spesso inaccessibile ai ricercatori eppure fondamentale per dare senso ai fenomeni delle presenze.

Tornando alla nostra serie e al fruttivendolo alle prese col fantasma della madre, provo a fare alcune considerazioni finali: stranamente, non è alla morte della signora che il figlio vede comparire la donna, ma soltanto anni dopo... in linea con quanto proposto nel modello di Sanders, ossia nella seconda fase del lutto, quella della consapevolezza. C’è un evento che favorisce questo cambiamento: sono finite le prugne preparate dalla madre. È in quel momento che il figlio adulto avverte che non ce ne saranno più e che il futuro incombe su di lui, da solo. Prova tutto ad un tratto il peso della solitudine ventura e di una esistenza incompleta, che nel suo caso si è fermata all’adolescenza: vive ancora a casa dei suoi, senza una compagna, zero progetti. Gli rimane il negozio di frutta e verdura e la sua privatissima collezione di DVD. Non è un caso che in questo preciso momento di svolta esistenziale il protagonista inizi ad avvertire la presenza della madre e infine essa compaia. La tonalità emotiva che fa da sfondo all’incontro col fantasma è quindi quella della crescente consapevolezza che la sua vita, così come sta trascorrendo, anno dopo anno, non regge più. Qualcuno di caro viene a spronarlo, a chiedergli di muoversi.

Chi viene a farci visita?

L'esperienza che meglio sintetizza l'esigenza di chi rimane in vita di mantenere la relazione con chi se ne è andato, nei termini di vicinanza, comunicazione, continuità è il cosiddetto "senso di presenza", che può spaziare dal semplice sentirsi osservati fino a esperienze sensorialmente articolate come nel caso delle "apparizioni".

Diversamente dai fantasmi di sconosciuti che si introducono indesiderati in alcuni luoghi, infestandoli, in molti credono nella possibilità di «visite» da parte dei propri cari o di persone familiari. Presenze che possono essere spaventanti, ma anche benvenute, desiderate, talvolta richieste: genitori e coniugi, fratelli e sorelle, bimbi e nonni. Quando una madre «viene a fare visita» al figlio turbato, la sua presenza è prova di una reciproca cura, segno che l’attenzione della donna per la prole è presente anche dopo la morte. Al contrario, colui che sente misteriosi passi sul solaio, vede porte aprirsi e chiudersi da sole, o vede altri aggirarsi per i corridoi, vive in un mondo popolato di «estranei», che possono introdursi fin nel cuore della casa e della famiglia (Bennet, 1998).

Secondo Davies e Shaw (1995) le presenze più frequenti in caso di lutto sono:

  • genitori (15,4%)
  • nonni (10,3%)
  • coniugi (5%)
  • fratelli o sorelle (2,2%)
  • figli (1,1%)
  • altri parenti (3,6%)

La serie

Chiaramente, non tutti gli episodi riguardano le esperienze allucinatorie post-lutto. Ogni episodio dura poco più di 20 minuti e per il modo in cui tratta le vicende al centro di ogni storia, insieme psicologico, leggero e avvincente, è consigliatissima. E per chi ha visto e gradito la serie o ha intenzione di farlo, sul sito di cucina giapponese Just One Cookbook trovate tute le ricette della prima stagione!

Riferimenti bibliografici

  • Bennet G. (1987), Traditions of Belief: Women and the Supernatural, Harmondsworth: Pelican.
  • Bennet G. (1998), Alas, Poor Ghost! Traditions of Belief in Story and Discourse, Utah State University Press.
  • Castelnovo A., Cavallotti S., Gambini O., D'Agostino A. (2015), Post-bereavement hallucinatory experiences: A critical overview of population and clinical studies, _Journal of Affective Disorders, _186: 266-274.
  • Davies D. e Shaw A. (1995), Reusing Old Graves: A Report on Popular British Attitudes, Cryaford, Kent, Shaw and Sons.
  • Lindemann E. (1944), «Symptomatology and Management of AcuteGrief», American Journal of Psychiatry, 101:141--48.
  • Parkes CM (1993), «Bereavement as a Psychosocial Transition: Process of Adaptation to Change» in Death, Dying and Bereavement (a cura di).
  • Rees W. Dewi Rees (1971), «The Hallucinations of Widowhood», British Medical Journal, 4, 37-41.
  • Sander C. (1989), «Grief: The Mourning After: Dealing with Adult Bereavement», The Wiley Series on Personality Processes. New York, John Wiley and Sons.


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