Compiti a casa: consigli per i genitori

Ricordo benissimo il mio quotidiano e personale percorso ad ostacoli quando, da bambino, dovevo portare a termine i compiti assegnati la mattina a scuola.

Quante volte sono inciampato in: pagine ed esercizi annotati sbagliati sul diario, mille distrazioni di una fervida immaginazione, soprusi e battaglie con una sorella minore, irresistibili cartoni in TV, frigorifero pieno di tentazioni e infine amici, incuranti dei miei compiti, chiamarmi dal cortile... e come scordare anche noia, stanchezza, e tribolazioni in alcune attività scolastiche.

Certo, è bello tornare ora con la mente a quando si era bambini o ragazzi, un periodo unico e ricco di conquiste, ma non si può dimenticare quella che posso definire, con buon margine di ragione, una vera e propria "guerra" quotidiana con i compiti.

Sono sicuro, con il senno del poi, che alcuni semplici accorgimenti avrebbero giovato anche a me nell’affrontare positivamente il "mondo compiti". Pertanto ora li rivolgo ai genitori di studenti alle prime armi, per favorire in loro un positivo approccio allo svolgimento dei compiti.

Vediamo nel dettaglio il decalogo di consigli:

  • spiegare l’utilità dei compiti
  • rispettare le caratteristiche individuali
  • chi prima inizia prima finisce... o è meglio procrastinare?
  • individuare l’ambiente adatto
  • diventare strategici
  • impostare un po’ di organizzazione
  • gestire l’affaticamento
  • non far mancare le lodi opportune
  • diventare un genitore alleato
  • chiarire le consegne e controllare il lavoro svolto

Spiegare l’utilità dei compiti

«Non servono a niente!», «Sono una perdita di tempo!», «Li odio!»: sono frequenti, familiari e ordinarie lamentele degli studenti sull’argomento compiti.

Cominciamo col dire che dobbiamo essere consapevoli, noi adulti per primi, che i compiti, oltre a favorire il rendimento scolastico, insegnano abilità fondamentali per qualunque attività, indipendentemente da cosa si sceglierà di fare nella vita. È pertanto opportuno - all’occorrenza - saper spiegare ai bambini che svolgere al meglio i compiti ci insegna a:

  • pianificare le azioni utili al completamento di un’attività (inizialmente seguendo le istruzioni delle consegne);
  • lavorare autonomamente;
  • gestire il proprio tempo;
  • selezionare e utilizzare strategie per diventare sempre più efficienti;
  • controllare il proprio lavoro;
  • essere responsabili.

In breve, è utile saper comunicare un atteggiamento ottimistico, positivo e costruttivo nei confronti dei compiti a casa. Infatti, sin dai primissimi anni di scuola, i compiti sono l’occasione per genitori e figli di gettare le basi per abitudini che guideranno, per molto tempo, l’approccio e l’organizzazione personale nei confronti di una varietà di obiettivi (siano essi di studio, di lavoro, o più intimamente personali).

Rispettare le caratteristiche individuali

Il segreto dell’educazione sta nel rispetto per l’allievo, dice Ralph Waldo Emerson, filosofo e poeta statunitense... E la prima forma di rispetto è senza dubbio quella di prendere in debita considerazione sia i punti di forza, sia le debolezze e le esigenze di ogni bambino. Cercare di capire l’origine delle sue problematiche è un gesto di grande attenzione e un ottimo inizio per chiunque voglia veramente aiutare chi è in difficoltà.

Talvolta a casa si osservano resistenze ad iniziare i compiti, o ancora facile arrendevolezza fino al limite di «chiusure emotive». Non sempre però questi atteggiamenti sono giustificabili in maniera contingente (es. giornata storta, stanchezza o prospettiva di altri impegni più edificanti). In questi comportamenti, se reiterati, si possono annidare:

  • un mancato sviluppo di una abilità strumentale allo svolgimento di un compito più complesso (es. frequenti errori nei calcoli scritti per mancato consolidamento delle regole di base su come incolonnare i numeri);
  • incapacità ad elaborare un compito se strutturato in più parti;
  • mancanza di strumenti adatti o di strategie funzionali ad affrontare il compito (es: applicazione di una modalità di studio solo mnemonico);
  • difficoltà generali o un disturbo specifico dell’apprendimento (es: disortografia/disgrafia) non ancora identificato.

Man mano che diventa chiaro ciò che rende difficile il progresso sereno di vostro figlio, non bisogna esitare a parlargliene e a spiegarglielo, aiutandolo così a comprendere meglio se stesso e le proprie caratteristiche di apprendimento.

Questa importante premessa di chiarezza e di rispetto permetterà di dissolvere parte della frustrazione e delle resistenze sviluppate nei confronti dei compiti.

È inoltre importante allargare le proprie personali valutazioni sulle eventuali difficoltà riscontrate, consultando le insegnanti o, se il caso lo richiedesse, uno specialista.

Chi prima inizia prima finisce, o è meglio procrastinare?

Nell’ampio tema dell’attenzione che gli adulti dovrebbero dedicare all’attitudine allo studio del proprio figlio, rientra anche una valutazione su quale sia il momento migliore per avviare il lavoro pomeridiano.

È noto infatti come ciascun individuo abbia un proprio orologio biologico che definisce, unitamente alla stanchezza e alla motivazione, momenti di maggiore o minore propensione all’impegno. In funzione di questo, si suggerisce di valutare quale tempistica sia più congeniale al proprio piccolo studente, verificando se sia opportuno per lui/lei iniziare i compiti rapidamente, cioè non appena terminati pranzo o merenda (a seconda che ci sia o meno il rientro pomeridiano) o viceversa concordare un momento iniziale di gioco, di svago o di riposo.

Raramente i bioritmi degli adulti, chiamati a pianificare i vari momenti della giornata, corrispondono a quelli dei bambini, mossi da tutt’altro tipo di motivazioni. Consapevoli di questa diversità, l’obiettivo è favorire nei bambini un avvio di attività che non sia forzato e a rischio di immediato capriccio o interruzione, ma sereno e rispettoso del ritmo individuale di ciascun bambino.

Individuare l’ambiente adatto

Un intervento concreto è possibile da subito, agendo sull’ambiente che circonda il bambino, consapevoli che molte case hanno limiti di spazio e che gli ambienti spesso non si prestano a grandi modifiche.

Dove studiare e fare i compiti?

È importante che ci sia un luogo fisso, destinato a queste attività. È utile sceglierlo, se possibile, lontano da fonti di distrazione. Chiaramente, i compiti si trascineranno oltre il dovuto se il bambino si abituerà a svolgerli davanti alla TV o nella stessa stanza dove giocano i fratelli.

Nei primi anni della scuola primaria, concordate insieme a vostro figlio un luogo dove studiare e fare i compiti, facile da «controllare» da parte dell’adulto. In un secondo momento, crescendo, vostro figlio potrà scegliere con maggiore autonomia dove studiare.

Postura

Una corretta postura favorisce la concentrazione, una migliore grafia, previene l’insorgere dell’affaticamento e di problemi alla schiena. La postura riguarda la posizione del corpo nello spazio: l’inclinazione, l’equilibrio, gli appoggi. Una postura «scomposta» è fonte di inutili tensioni fisiche che possono tradursi in deconcentrazione, irrequietezza, ansia.

I bambini non dovrebbero abituarsi a lavorare sdraiati sul letto, o sul divano, bensì seduti ad un tavolo o a una scrivania. Se possibile, per i bambini più piccoli, procuratevi un banchetto perché possano appoggiare i piedi fermamente a terra, senza lasciarli dondolare. Molti problemi di grafia nascono da questo semplice dettaglio posturale!

Il necessario a portata di mano

Accertatevi che il bambino abbia a portata di mano tutto il necessario per svolgere i propri compiti. Se in classe utilizza strumenti compensativi (calcolatrice, correttore ortografico al computer, penne con particolari impugnature, quaderni con margini e righe speciali per la grafia, tavole pitagoriche, altro) fate in modo che li abbia anche a casa quando svolge i compiti.

È importante che il bambino si abitui ad essere responsabile del proprio materiale, e impari a valutare anche a chi e quando può eventualmente prestarlo. Deve essergli chiaro che senza il materiale necessario, lui per primo non può lavorare, ancor più se ne ha bisogno per compensare una sua difficoltà.

Se sapete inoltre che per vostro figlio "ogni scusa è buona" per alzarsi dalla sedia, anticipate alcuni dei suoi bisogni più frequenti:

  • lasciategli dell’acqua e un bicchiere a portata di mano;
  • abituatelo ad andare in bagno prima di mettersi al lavoro;
  • accertatevi che eventuali televisori o musica in giro per la casa abbiano un volume tale da non disturbare lo studente;
  • fate in modo che i fratelli non vadano continuamente a distrarlo.

La somma di ogni piccola interruzione, alla fine, non è trascurabile! Bisogna considerare che ogni processo mentale interrotto deve essere poi ripreso, e ciò significa un inutile spreco di energie (rileggere, ricordarsi cosa si stava facendo, controllare a che punto si era arrivati, ecc.) e un ulteriore rischio di errori e di distrazioni.

Diventare strategici

L’«allenamento» a trovare un personale ed efficace metodo per apprendere o per portare a termine un’attività complessa non è semplice. Gli effetti inoltre non sono immediatamente tangibili, ma se ne osservano i risultati nel corso dell’intera vita.

Questi modi di lavorare che ci guidano nelle diverse attività, facendoci mettere in campo le nostre abilità migliori «scavalcando» le debolezze, sono le strategie. I compiti sono una valida occasione per provare a individuare, con calma, a casa, le strategie migliori per consolidare ciò che viene affrontato in classe. In altre parole, si comincia a fare «buona palestra» di strategie anche affrontando le diverse difficoltà dei compiti a casa.

È quindi molto importante insegnare, e poi promuovere, un approccio strategico ai compiti. Ognuno ha un proprio stile di apprendimento, pertanto è utile costruire, un po’ alla volta, un bagaglio di «trucchi» il più possibile congeniali.

Per esempio, è una strategia dividere tutti i compiti da svolgere in attività semplici e attività che richiedono maggiore impegno. Alcuni bambini riescono meglio concentrandosi subito sugli esercizi più impegnativi, altri invece sbrigando quelli più facili per poi concentrarsi sulle attività più complesse. Questa scelta è del tutto personale.

Impostare un po’ di organizzazione

Un’altra buona abitudine è quella di insegnare ai bambini, già dai primi anni della primaria, ad utilizzare un calendario personalizzato, dove annotare eventi importanti come festività, piccole scadenze, eventuali saggi o impegni sportivi, ecc.

Questo suggerimento ha l’obiettivo di rendere autonomo il bambino (senza chiedere all’adulto) nel ricordare e pianificare il carico di lavoro nei vari pomeriggi al rientro da scuola.

Il calendario può integrare o essere altro dal diario scolastico. In ogni caso dovrà essere di facile consultazione, per esempio in formato settimanale, magari con supporto magnetico per essere a parete e compilabile/cancellabile alla bisogna.

Ecco altri utili consigli per introdurre un po’ di organizzazione nelle abitudini dei bambini:

  • Costruite un prospetto settimanale (ad esempio una semplice tabella a doppia entrata con i giorni della settimana in riga e le ore scolastiche in colonna) con le materie di ogni giornata colorate ugualmente al quaderno corrispondente (è abitudine ormai diffusa nelle scuole quella di diversificare i quaderni delle varie discipline con copertine colorate), per creare un promemoria nella preparazione giornaliera dello zaino.
  • Stabilite una routine, per cui ogni sera si prepara lo zaino con libri e quaderni del giorno seguente. Incoraggiate vostro figlio a seguire il calendario e a ricontrollare dopo aver completato la cartella. Partecipate anche voi adulti, soprattutto in fase iniziale. Se tutto procede bene, diradate la vostra presenza, lodando la buona organizzazione e l’autonomia raggiunta dal figlio

Gestire l’affaticamento

L’affaticamento può essere di vario tipo e avere ragioni diverse. Ciò che conta nel nostro caso è che il senso di stanchezza possa essere erroneamente scambiato dal bambino per noia e insofferenza.

Staccare!

È importante «spezzare» il formarsi di questa viziosa associazione tra compiti e noia. Le seguenti strategie possono essere insegnate al bambino in modo che impari, durante i compiti, a gestire correttamente questo sgradito stato fisico e mentale.

A seconda delle esigenze, i seguenti «stacchi» sono utili:

  • esercitare una pressione, per esempio allungandosi facendo forza sui braccioli della sedia, fare un po’ di stretching, sollevare dei libri, ecc.;
  • eseguire un movimento controllato, per esempio alzarsi per andare a temperare una matita;
  • fare esercizi per rilassare la vista, come fissare per qualche secondo un punto distante, ad esempio fuori dalla finestra, per poi ritornare gradualmente a fissare il libro o il quaderno;
  • concordare brevi intervalli ad ogni attività conclusa, utilizzando un timer per segnalare la fine della pausa se l’uso dell’orologio non è ancora automatizzato.

La fatica di scrivere...

La tendenza all’affaticamento da scrittura è evidente in diversi bambini: si stancano subito, la qualità della loro produzione scritta cala dopo pochi minuti, provano dolore o crampi, ecc.

Le ragioni di ciò possono essere molteplici, ad esempio: un disturbo della coordinazione motoria (es. disprassia), ma anche una serie di semplici «errori» posturali o di impugnatura della matita o penna:

  • una pressione eccessiva delle dita sullo strumento o della punta della penna sul foglio;
  • una presa «anomala» della biro (troppo in alto o troppo in basso) o disfunzionale (come ad esempio alcune prese quadrigitali dette «a pugnale»);
  • un’inclinazione troppo verticale o «sdraiata» della matita;
  • il mancato o inadeguato appoggio del gomito sul banco o tavolo.

Ognuna delle suddette situazioni può portare ad un precoce affaticamento e all’indolenzimento della mano e dell’avambraccio.  È giusto quindi favorire, sin dai primi anni della scuola primaria, una certa «correttezza» motoria nella scrittura, curando aspetti posturali e di impugnatura, anche con l’aiuto di penne e matite adatte, oltre che di sedie, banchi e tavoli idonei all’altezza dei bambini.

Il giusto tempo

Infine, se notate che nonostante la messa in pratica degli accorgimenti che state qui leggendo, il piccolo studente trascorre troppo tempo o si affatica velocemente con i compiti, parlatene con l’insegnante.

Se il bambino non riesce a seguire il ritmo dei compagni né in classe né a casa, valutate insieme se è il caso di approfondire la situazione con uno specialista. Possono esserci questioni attentive, emotive o ansiose che lo ostacolano, ma anche problematiche specifiche dell’apprendimento come la dislessia, la discalculia o la disgrafia/disortografia.

Non far mancare le lodi opportune

La lode può essere un potente strumento modellatore del comportamento. Può gratificare e motivare, aiutando a contrastare la frustrazione e la stanchezza. È importante però utilizzarla correttamente, in modo che promuova un atteggiamento attivo, di perseveranza e curiosità, nonostante gli inevitabili errori compiuti.

Il messaggio da trasmettere con la lode è che il bambino è stato «bravo» perché ha seguito le istruzioni, si è concentrato, ha usato strategie, ha messo a frutto le precedenti esperienze. È molto utile anche rendere esplicito al bambino il motivo per cui lo si sta lodando: «Sei stato molto bravo a dividere i compiti semplici e quelli più difficili prima di iniziare», «Mi piace molto come hai seguito tutte le indicazioni per svolgere i compiti», «Sono molto fiera di come sei stato capace di finire tutti i tuoi compiti prima di chiamarmi a controllarli».

Questo tipo di lode all’impegno e alle strategie, fa capire molto bene al bambino ciò che ci si aspetta da lui, che cosa ha fatto bene e che cosa deve ancora migliorare. Sprona e guida il bambino a dare il meglio di sé, anche se la sua prestazione non è perfetta.

L’opposto di questo tipo di lode è quella alla prestazione: «Bravo, sei stato velocissimo!», «Hai fatto tutto giusto!», «Sei molto intelligente!», «Sei sempre il migliore!».

Queste lodi, oltre che poco informative per il bambino, creano nella sua mente la convinzione che essere bravi significhi fare sempre tutto giusto, essere sempre i primi a finire...

Numerose ricerche, in particolare quelle di Carol S. Dweck, hanno indicato in questo secondo tipo di lodi il meccanismo di avvio di convinzioni molto disfunzionali, che impediscono il raggiungimento delle vere potenzialità personali, rendendo ansiosi di fronte a ogni nuova prospettiva di valutazione.

I genitori e gli insegnanti interessati ad approfondire questo argomento, dovrebbero senz’altro leggere Teorie del sè di Carol S. Dweck, pubblicato da Edizioni Erickson.

Diventare un genitore alleato

Come dicevamo, quella con i compiti può diventare una guerra e in questo scontro la famiglia ha il ruolo di primo e più importante alleato. Un sostegno fondamentale soprattutto all’inizio del percorso scolastico, ma che poi, gradualmente, dovrebbe lasciare il posto a un impegno sempre più autonomo e indipendente da parte del giovane studente.

Non è facile trovare la giusta misura: il bambino in difficoltà chiama, piange, dice di non essere capace, rimane con distrazione davanti ai libri fino a sera, senza però aver concluso nulla. La soluzione più immediata e semplice sembra essere quella di assecondarlo e di fare i compiti assieme a lui. Purtroppo è un’abitudine poco funzionale che ha conseguenze negative per entrambi: da una parte, il bambino delega i propri obblighi alla mamma (perché, ammettiamolo, è sempre lei la più coinvolta), produce molto meno di quanto potrebbe fare da solo, «usa» la situazione per tenere accanto a sé la mamma a discapito dei fratelli che ne avrebbero bisogno, ecc.; dall’altra, la mamma rischia di dover trascorrere i pomeriggi in preda allo stress, poiché il bambino non è pienamente concentrato e deve essere continuamente "spinto" ad andare avanti su ogni piccola cosa, lasciando le faccende domestiche in secondo piano, mentre i fratelli si lamentano. In altre parole, l’onere di essere «insegnante» si aggiunge a quello di essere mamma...

C’è grande differenza tra l’essere «presente» per le esigenze scolastiche dei figli e l’essere giornalmente «vincolata» accanto a loro e ai loro compiti.

Vediamo quindi come l’adulto possa essere «presente», senza rimanerne «bloccato».

Chiarire le consegne e controllare il lavoro svolto

Il genitore ha un importantissimo ruolo all’inizio del pomeriggio di compiti. Insieme al bambino guarda il diario di scuola e commenta o corregge le modalità nell’annotare quanto assegnato in classe.

Soprattutto per i bambini che hanno difficoltà di apprendimento o DSA, è importante evidenziare tutti compiti, magari trascrivendoli su un nuovo foglio, ordinatamente. In alternativa, è opportuno una semplice mappa di ciò che deve essere svolto, in modo che il bambino possa visualizzare ciò che gli si chiede di fare.

Imparate a usare le mappe concettuali! Sono di grande aiuto sia per i bambini con difficoltà di apprendimento sia per gli studenti della scuola secondaria e università.

Ogni compito viene successivamente letto con l’aiuto dell’adulto, che fa notare le varie parti di cui è composto. Ad esempio, se un esercizio chiede tre attività diverse, fate in modo che le tre richieste siano ben evidenti al bambino, che rischia altrimenti di svolgere solo la prima, passando tranquillamente ad altro perchè convinto di aver terminato.

Assicuratevi poi che la consegna di ogni attività sia chiara, magari svolgendo insieme un esercizio a titolo di esempio. Accertatevi che abbia compreso tutte le parole utilizzate nel libro ed eventualmente spiegategliele.

Quando tutto è stato passato in rassegna e compreso, il bambino è pronto a lavorare da solo. Ditegli che passerete a vedere come se la sta cavando ogni mezz’ora. Via via lasciatelo più tempo da solo, fino a quando non sarà in grado di finire tutti i compiti senza il vostro intervento.

Lodate ogni piccolo progresso in autonomia, anche assegnando qualche piccolo premio. Se il bambino non ha svolto la sua parte, assicuratevi che abbia capito cosa deve fare. Spronatelo a più riprese a lavorare da solo, cercando di non assecondarlo nel suo desiderio di avervi accanto a lui tutto il pomeriggio.

Quanto sopra rappresenta solo alcuni consigli, da adattare in ogni caso alla propria specifica situazione e ai propri figli.

Che cosa si può aggiungere? Ogni vostra esperienza e riflessione saranno molto utili per tutti, quindi commentate!

Questo post prende spunto da un articolo del 2008 di Regina G. Richards.


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