Chernobyl: conseguenze psicologiche

Tumulato da qualche parte nella centrale nucleare di Chernobyl, tra i detriti radioattivi e sotto la struttura contenitiva che sigilla il tutto - il cosiddetto «sarcofago» - giace ciò che resta del corpo di una delle prime vittime del disastro: Valery, un ingegnere morto probabilmente a seguito dell’esplosione del reattore 4, durante il turno di notte del 26 aprile 1986.

Di recente ho visto su La7 la miniserie HBO / Sky in cinque parti che tratta dell’incidente avvenuto nell’allora Unione Sovietica, al confine tra Ucraina e Bielorussia.

Chernobyl ha scatenato una complessa serie di eventi e di effetti a lungo termine:

  • evacuazioni di massa,
  • perdita della stabilità economica,
  • minacce prolungate alla salute di questa e delle prossime generazioni.

Tutto ciò ha favorito la perdita di un senso di stabilità personale fisica ed emotiva nei milioni di persone direttamente o indirettamente coinvolte.

L’aspettativa di vita della popolazione evacuata dalle zone colpite dalle radiazioni è scesa da 65 a 58 anni - non primariamente a causa del cancro - dice l’esperto in radioattività Shunichi Yamashita, ma a causa di alcolismo, depressione e suicidi...

Non se ne parla spesso, ma quali sono state, appunto, le conseguenze psicologiche di questa catastrofe?

Chernobyl: «effetti mentali, psicologici e sul sistema nervoso centrale»

Circa vent’anni dopo la tragedia, si tenne il Chernobyl Forum, incontro tra enti scientifici e governativi che ebbe lo scopo di definire l’eredità delle radiazioni sulla salute delle persone e sull’ambiente. L’OMS organizzò una serie di convegni il cui report conclusivo indicava negli effetti sulla salute mentale della popolazione la conseguenza più significativa del disastro a livello di sanità pubblica. [1] Qui trovate una sintesi in lingua italiana del rapporto.

Il documento originale individuava, a pagina 93, sotto il titolo «effetti mentali, psicologici e sul sistema nervoso centrale», quattro aree di interesse neuro-psicologico nel post-Chernobyl:

  • sintomi provocati dallo stress;
  • effetti sullo sviluppo cerebrale dei nascituri;
  • disturbi cerebrali organici;
  • tasso di suicidi tra i «liquidatori».

Una revisione di questo rapporto e della letteratura scientifica relativa, a distanza di 25 anni dall’incidente [2] stabiliva:

  • i più colpiti dalle radiazioni furono i soccorritori immediatamente intervenuti sul luogo del disastro (es: pompieri e personale medico) e, successivamente, i cosiddetti «liquidatori», incaricati della decontaminazione dell’edificio, delle strade, del sito del reattore e della costruzione del primo sarcofago in cemento armato per cercare di sigillarlo. Diversi studi segnalavano che i loro tassi di depressione e disturbo da stress postraumatico permanevano elevati a oltre due decadi dall’evento;
  • i bambini molto piccoli e i nascituri che vivevano vicino alla centrale al momento dell’esplosione o in aree pesantemente contaminate, sono stati soggetti di numerosi studi che, tuttavia, non hanno dato risposte univoche. Indagini su bambini esposti in utero alla radioattività in Ucraina, Norvegia e Finlandia ne segnalavano le specifiche difficoltà una volta diventati adulti a livello psicologico e neuropsicologico (attenzione, concentrazione, memoria, pianificazione e altre capacità). Il 31% delle madri evacuate riteneva che i propri figli avessero problemi di memoria, rispetto al 7% di madri non coinvolte nel disastro, indipendentemente dai risultati ai test o dai voti scolastici. Questo dato suggerisce come la minaccia percepita dell’evento influenzasse e influenzi tuttora grandemente i resoconti sulla salute fisica e mentale propria e dei propri familiari;
  • i liquidatori maggiormente esposti alle radiazioni soffrirebbero ancora di deficit cognitivi, mostrerebbero anomalie nei tracciati elettroencefalografici (EEG), avrebbero sviluppato sintomi di schizofrenia, demenza e disturbi cerebrali organici evidenziabili da Risonanza Magnetica. Tuttavia, la base biologica di queste alterazioni non è mai stata stabilita né confermata;
  • nella popolazione generale è stato osservato l’incremento dell’autopercezione di salute cagionevole e di malattia, con numerosi sintomi somatici riferiti e conseguente ricaduta negativa sulle strutture sanitarie, alle prese con pazienti sofferenti di malattie apparentemente inesistenti;
  • le donne adulte, che da bambine erano state esposte al disastro, una volta divenute madri, mostrano costanti timori per la salute dei figli nascituri e nel corso della loro crescita.

La radiofobia: una conseguenza psicologica a lungo termine di Chernobyl

Il disagio e la sofferenza della popolazione non sempre ha raggiunto livelli «clinicamente significativi», secondo il Forum. Non sempre ha raggiunto, cioè, tutti quei criteri convenzionalmente definiti per diagnosticare un «disturbo» vero e proprio come la fobia o la psicosi. Eppure, il confronto con il «nemico invisibile» - questa volta non un virus, ma le radiazioni - ha tuttora conseguenze concretissime e indelebili sulle vittime, sotto forma di una costante preoccupazione per la salute propria e dei propri cari, orientando nello specifico le proprie scelte riproduttive, il ricorso alle cure mediche e il livello di fiducia, o meglio, sfiducia nelle autorità.

Robert Budnitz, ingegnere nucleare, ha minimizzato l’impatto della radioattività sulla popolazione, sostenendo che, secondo dati ufficiali, «i tumori, generati dalle radiazioni nucleari, sono aumentati del 3% e che a fare danni più gravi è stata la radiofobia: “la paura delle radiazioni”».

La popolazione coinvolta si sentì «condannata» da una reale o presunta, spesso trascurabile, esposizione alle radiazioni. Già all’epoca dell’incidente la diagnosi «condizione di salute legata a Chernobyl» legittimò questa percezione. I media presto presero a parlare delle «vittime di Chernobyl». L’ampia assistenza da parte dei governi a favore degli evacuati e dei residenti nelle zone contaminate, ha avuto l’effetto di incoraggiare molte persone a ritenersi in modo fatalistico come degli invalidi.

Chernobyl: il libro, la serie e il podcast

La serie prende spunto dal libro Preghiera per Chernobyl della scrittrice e giornalista Svetlana Aleksievic, Premio Nobel per la Letteratura nel 2015.

«... (il libro) non parla di Cernobyl’ in quanto tale, ma del suo mondo... Questa è la ricostruzione non degli avvenimenti, ma dei sentimenti. Per tre anni ho viaggiato e fatto domande a persone di professioni, destini, generazioni e temperamenti diversi. Credenti e atei. Contadini e intellettuali. Cernobyl’ è il principale contenuto del loro mondo. Esso ha avvelenato ogni cosa che hanno dentro, e anche attorno, e non solo l’acqua e la terra. Tutto il loro tempo. Questi uomini e queste donne sono stati i primi a vedere ciò che noi possiamo soltanto supporre... Più di una volta ho avuto l’impressione che in realtà io stessi annotando il futuro».Svetlana Aleksievic

Come spiega l’autore della serie nell’interessante podcast (in inglese) che accompagna gli episodi, «Chernobyl» pone al centro della propria narrativa il tema del peso delle bugie. Premessa scottante, anzi radioattiva, visto che la catastrofe ufficialmente ha provocato la morte di 31 persone. Numero successivamente corretto a 54, finché non si è iniziato a parlare, anni dopo, di migliaia di morti direttamente collegabili all’incidente. Alcune organizzazioni come Greenpeace parlano addirittura di centinaia di migliaia di vittime stimabili a partire dal 1986 e che continueranno a morire negli anni a venire... come il corpo di Valery di cui si parlava all’inizio, pare che anche una parte di «verità» sia rimasta sepolta sotto strutture costruite per cercare di renderla inaccessibile.

Lodato per la sua accuratissima ricostruzione ambientale, la serie ha avuto anche critiche per aver inscenato improbabili scontri tra scienziati paladini della verità e burocrati votati a salvare se stessi e il partito. Dinamiche che non avrebbero mai potuto avere luogo nell’allora Unione Sovietica, dove la rassegnazione e adesione al sistema era inevitabile per chi in quel mondo era nato e cresciuto.

Commentati dal podcast, gli episodi acquistano notevole spessore e interesse, dal punto di vista storico e delle scelte stilistiche e narrative compiute dall’autore che, una ad una, anche quelle criticabili, ha ricercato sotto le macerie di Chernobyl per riproporci la rilevanza universale di questa tragedia recente.

Riferimenti bibliografici

[1] OMS (2006), Health Effects of the Chernobyl Accident and Special Health Care Programmes: Report of the UN Chernobyl Forum Expert Group «Health».

[2] E.J.Bromet, J.M.Havenaar, L.T.Guey (2011), «A 25 Year Retrospective Review of the Psychological Consequences of the Chernobyl Accident», Clinical Oncology, vol.23, 4:297-305.


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