Abuso verbale e disturbo borderline di personalità

Molti autori hanno cercato di chiarire cosa si intenda per abuso verbale non arrivando mai ad una definizione univoca [1]. L’abuso verbale infatti risulta essere una tipologia di maltrattamento poco studiata e ancora poco riconosciuta dalla letteratura. Spesso viene confuso con l’abuso emotivo.

In assenza quindi di una definizione chiara, molti autori sono partiti dal raccogliere una serie di affermazioni genitoriali potenzialmente nocive per lo sviluppo psicoemotivo del bambino [2].

Successivamente, da queste frasi gli autori Oasi e Vecchi hanno ricavato la seguente definizione:

«Una distorsione reiterata dei normali processi comunicativi caregiver-bambino: tale distorsione sarebbe basata su messaggi negativi in grado di intaccare l’autostima del piccolo attraverso minacce, rifiuto, denigrazione, umiliazione, vittimizzazione, perfezionismo e negazione dell’affetto, talvolta espressi con un’elevata intensità sonora vocale.» (Oasi & Vecchi, 2015)

Grobler (1995) sottolinea nella propria definizione di abuso verbale alcuni comportamenti genitoriali negativi rivolti ai bambini, come:

  • sgridarlo continuamente
  • etichettarlo con nomignoli offensivi
  • sminuirlo
  • criticarlo e attribuirgli delle colpe ingiustamente

Abuso verbale: un danno che si ripete

Oasi e Vecchi (2015) sostengono che le interazioni genitoriali contenenti questo tipo di affermazioni risultano per il bambino molto difficili da elaborare, poiché vengono effettuate da figure che per lui sono significative e sono quelle che, soprattutto negli anni del suo sviluppo, dovrebbero provvedere a fornirgli cure ed affetto.

Ciò nonostante, l’abuso verbale per i genitori risulta essere egosintonico, ciò significa che è difficile per loro rendersi conto di mettere in atto delle pratiche disfunzionali nei confronti dei loro figli (Grobler, 1995). Il fattore più allarmante che emerge dal perpetuare questa pratica di abuso sui minori è che tende a ripetersi di generazione in generazione (Grobler, 1995). Infatti, le madri che avevano subito abusi verbali da bambine erano più inclini a maltrattare verbalmente i propri figli pur riconoscendo nell'abuso verbale una delle peggiori forme di violenza subita [3].

Per il bambino non è semplice riconoscere di essere vittima di abuso verbale anche per via della sua tenera età, per tale motivo non riesce a difendersi dagli attacchi verbali dei suoi genitori. Egli si rende conto quindi che per sopravvivere deve fidarsi della percezione che i suoi genitori hanno di lui, anche se negativa [4].

Per questo motivo, l’abuso verbale porta il bambino a sviluppare pensieri disfunzionali fondati sull’autocritica e sull’autocolpevolizzazione costante e sarà quindi portato ad attribuire le cause di eventi negativi a suoi fattori interni, come ad esempio: «sono andato male nella verifica perché sono stupido». Ciò lo porterà a pensare anche a conseguenze negative, ad esempio «non avrò mai successo» e sempre imputandosi giudizi autocritici molto severi per esempio, «io non valgo nulla». [5]

Abuso verbale: quali conseguenze

Il tutto arriva quindi a sfociare in pensieri e sentimenti profondamente disadattivi e depressivi come sfiducia, vergogna, dubbio, colpa, senso di inferiorità e un’immagine povera di se stesso [1].

Gli effetti negativi che l’abuso verbale provoca nel corso del tempo si riscontrano anche a livello anatomico, poiché provoca alterazioni sia nelle dimensioni sia nell’attività funzionale di determinate regioni cerebrali. Diversi studi infatti hanno riportato che l’esposizione a stimoli verbali avversivi e punitivi esercitano un effetto controproducente sul volume della sostanza grigia, della sostanza bianca e porta ad anomalie nell’amigdala, nell’ippocampo, nel corpo calloso ma anche nel lobo temporale sinistro, che è la sede appunto implicata nella comprensione ed elaborazione del linguaggio. [6]

Altre evidenze negative che questo tipo di maltrattamento comporta, sempre se perpetuato in maniera continua, è l’insorgenza di gravi alterazioni dei modi di sentire e agire, che si consolidano a partire dall'adolescenza in pattern ampiamente disadattivi di rapporto con se stessi, gli altri e il mondo. Particolarmente gravi sono i disturbi della personalità, come il disturbo borderline.

Il disturbo borderline di personalità

Il disturbo borderline è un grave disturbo psichico caratterizzato da schemi pervasivi di instabilità su più dimensioni, quali:

  • il comportamento (es.: impulsività, condotte autodistruttive, come l’autolesionismo e il tentato suicidio);
  • l’affettività (paura dell’abbandono, instabilità affettiva, rabbia intensa o inappropriata);
  • la cognizione (pensieri e percezioni distorte);
  • il senso di sé (identità inconsistente e esperienze dissociative);
  • le relazioni (rapporti intensi e instabili).

Nonostante molti autori sostengano che singole esperienze di abuso durante l’infanzia non siano sufficienti per lo sviluppo del disturbo, che richiede la concomitanza di molteplici fattori, molti altri hanno comunque individuato una correlazione diretta tra l’abuso verbale e l’insorgenza di questa patologia.

I maltrattamenti spesso si verificano nell'intero arco di vita e, come riportano molti pazienti, sono per lo più le madri a esercitare questa forma di violenza [1] [7].

Abuso verbale: come intervenire

I risultati emersi possono avere delle implicazioni importanti per i clinici, tra cui psicologi e psicoterapeuti, che lavorano con ragazzi giovani e con le loro famiglie, ma anche con adulti che hanno subito abusi verbali durante l’infanzia.

È importante valutare se il maltrattamento è in atto all'interno di una famiglia e, in tal caso, attuare degli interventi appropriati, come:

  • insegnare ai genitori modi più efficaci di comunicare con i propri figli, per ridurre la frequenza e la gravità dell'abuso verbale;
  • assistere i pazienti nel riconoscere pensieri, sentimenti e schemi di comportamento disadattivi che potrebbero essersi originati, in parte, come conseguenza dell’abuso verbale infantile;
  • proporre interventi specifici per i genitori che hanno difficoltà a manifestare empatia verso i propri figli, in modo tale che possano essere aiutati ad acquisire più consapevolezza sugli effetti delle proprie condotte [7].

Riferimenti bibliografici

[1] Johnson, J.G., Cohen, P., Smailes, E.M., Skodol, A.E., Brown, J., & Oldham, J.M. (2001). Childhood verbal abuse and risk for personality disorders during adolescence and early adulthood. Comprehensive Psychiatry, 42, 16-23. [2] Oasi, O., & Vecchi, S. (2015). Ripensare l’abuso nel Disturbo Borderline di Personalità: il caso dell’interazione verbale nell’arco di vita della persona. Maltrattamento e abuso all’infanzia, 17(1), 87-102. [3] Grobler, T. (1995). Psychological Overview of Verbal Abuse. Southern African Journal of Child and Adolescent Mental Health, 7(1), 54-56. [4] Ney, P.G., Moore, C., McPhee, J., & Trought, P. (1986). Child abuse: A study of the child's perspective. Child Abuse & Neglect, 10 (4), 511-518. [5] Sach-Ericsson, N., Verona, E., Joiner, T., & Preacher, K. J. (2006). Parental verbal abuse and the mediating role of self-criticism in adult internalizing disorders. Journal of Affective Disorders, 93, 71-78. [6] Tomoda, A., Sheu, Y. S., Rabi, K., Suzuki, H., Navalta, C.P., Polcari, A., & Teicher, M. H. (2011). Exposure to parental verbal abuse is associated with increased gray matter volume in superior temporal gyrus. NeuroImage, 54, 280-286. [7] Laporte, L., & Guttman, H. (2001). Abusive relationships in families of women with borderline personality disorder, anorexia nervosa and a control group. The journal of nervous and mental disease, 189, 522-531.


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