Di solito, la gravidanza e la nascita di un figlio sono considerati un evento di incondizionata gioia nella vita della donna e di chi le sta accanto. Si tratta tuttavia di un momento di stravolgimenti di ruolo e di emergenti responsabilità genitoriali in cui cambiamenti psicologici e fisiologici concomitanti possono svilupparsi, in alcuni soggetti predisposti, in problemi di varia gravità.

Già in gravidanza

In passato, l’utilizzo della formula generica “depressione postpartum” non ha reso adeguatamente conto delle sfumature che la ricerca e la clinica attuali ci permettono di compiere oggi tra condizioni alquanto diverse per sintomatologia, decorso e prognosi. La classificazione di questo particolare gruppo di sindromi è stata, negli anni, oggetto di dibattito. Si assiste nel complesso, come evidenzia anche la nuova edizione del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), a un progressivo ampliamento dell'attenzione clinica dal periodo “post-partum”  (che riguardava solo il dopo nascita) al “peripartum”, che va dalla gravidanza fino a un anno dopo la nascita (O'Hara e McCabe, 2013).

Tra le più comuni sindromi che si sviluppano durante il periodo perinatale rientrano i disturbi depressivi, i disturbi d'ansia, la psicosi postpartum e il cosiddetto blues postpartum o baby blues.

La depressione perinatale

E' un episodio depressivo maggiore che ha luogo o durante la gravidanza o entro il primo anno dal parto. Colpisce il 10-15% delle donne durante il primo anno di vita del bambino. Può manifestarsi subito dopo il parto, con maggiore frequenza 4-6 mesi dopo il parto. La sintomatologia è caratterizzata da vive preoccupazioni concernenti il neonato e le nuove richieste genitoriali, con relativi timori di fallimento come madre e vissuti di inadeguatezza e di essere una “cattiva madre”. Sono ricorrenti le lamentele circa la difficoltà di gestione e le eccessive richieste del nuovo arrivato. Ogni rifiuto da parte del bambino (o comportamento percepito come tale dalla madre), oltre a possibili problemi con l'allattamento, sono interpretati come conferme della propria incapacità e alimentano un circolo di crescente sconforto.

Sintomi comuni sono: disperazione, affaticamento, perdita di appetito, insonnia, crisi di pianto, un pervasivo stato di apatia. Altri possibili sintomi sono: ansia, agitazione, timori di fare del male al neonato così come, al contrario, totale disinteresse nei suoi confronti, timore di fare male a se stesse (Gaynes, Gavin, Meltzer-Brody et al., 2005). Eventuali pensieri ricorrenti e “intrusivi” di fare male al bambino sono fonte di grande paura e preoccupazione per la neomadre, che arriva a evitare di maneggiare forbici e coltelli, di rimanere da sola con il bambino, di portarlo in giro. In alcune pazienti, lo stato ansioso può degenerare in attacchi di panico, che spesso iniziano a manifestarsi non appena la donna viene dimessa dall’ospedale (Misri e Burgmann, 1992).

Aspetti psicologici

La nascita di un figlio rappresenta una svolta esistenziale,

un vero e proprio turning point caratterizzato da un drastico cambiamento di ruolo e responsabilità, dall’iniziale perdita del precedente stile di vita e indipendenza. Se non coerente con un “progetto” personale, spesso condiviso con un partner, o con un riformulamento in itinere delle proprie priorità di vita, tali perdite possono essere vissute con riluttanza e frustrazione. Sono emozioni in palese contraddizione con le aspettative di gioia incondizionata e di totale dedizione materna cui ci ha abituati la nostra società. La discrepanza tra i vissuti personali e le norme attese può originare sensi di inadeguatezza e di colpa. L’attitudine della famiglia nei confronti del nuovo arrivato riveste grande importanza dal punto di vista psicologico per il benessere della neomadre. Un atteggiamento di rifiuto o ambivalenza nei confronti del neonato genera incertezza ed è un fattore di rischio soprattutto in donne primipare (alle prese con il primo figlio) che non hanno alcuna familiarità con gli oneri e responsabilità richiesti dalla nuova nascita.

La psicologia cognitiva vede la depressione come una forma di "impotenza appresa" che si instaura in soggetti predisposti (Ball, 1987). In assenza di modelli adeguati da cui apprendere la risoluzione dei diversi nuovi compiti e mansioni associate al nuovo ruolo, le nuove madri possono trovarsi ripetutamente in difficoltà nell’accudimento del neonato, maturando una progressiva e sempre più salda e generalizzata convinzione di incapacità, accompagnata da emozioni di tristezza e rabbia difficilmente eradicabili.

La presenza del neonato e delle sue pressanti e continuative esigenze ha poi l’effetto di destabilizzare il senso di autonomia e di controllo nella neomadre, che si trova costretta a riorganizzare ogni sua attività attorno all’accudimento del bambino. Si verifica di conseguenza uno spostamento nel senso di controllo personale della donna, che è sentito sempre meno dipendente da fattori interni quali capacità e impegno e attribuito sempre più spesso a fattori esterni, contingenti e incerti legati all’accudimento del piccolo. La ricerca cognitiva identifica un tale locus di controllo esterno come fattore di rischio per lo sviluppo di sintomatologia depressiva.

Infine un terzo spunto esplicativo offerto dalla psicologia cognitiva riguardo all’instaurarsi della sintomatologia depressiva riguarda l’influenza negativa di una rete sociale di sostegno mancante, così come dell’assenza di un partner supportivo. Tali carenze psicosociali amplificano le difficoltà incontrate dalla donna che non trova concreti spazi di evasione nella vita quotidiana, arrivando spesso a sentirsi “senza via di uscita”, “intrappolata” in un ciclo di responsabilità e impegni inderogabili, non condivisi e difficilmente delegabili.

Una valutazione iniziale

La Edinburgh Postnatal Depression Scale (Cox, Holden, Sagovsky, 1987) è una scala composta da 10 item in cui viene chiesto a donne in gravidanza o nel periodo del postpartum di autovalutarsi (self report) circa una serie di eventuali sintomi ansiosi e depressivi vissuti negli ultimi 7 giorni. Ad esempio:











In Gran Bretagna poi è comune l'utilizzo di due semplici domande (Wooley et al., 1997), da somministrare alla prima consultazione prenatale e, nuovamente, a 4-6 settimane dopo il parto:

  • Nel corso dell'ultimo mese, le è capitato spesso di sentirsi giù, depressa o senza speranza?
  • Nel corso dell'ultimo mese, le è capitato spesso di provare poco interesse o piacere per le sue attività?

Se la risposta è affermativa a entrambe le domande, si ritiene utile procedere a un approfondimento diagnostico. Il colloquio clinico con il medico psichiatra o con psicologo, con o senza l’ausilio di interviste diagnostiche strutturate, rappresenta un ulteriore e più rigoroso strumento di assessment.


La depressione non curata


>Gli stati depressivi e ansiosi materni decretano una notevole riduzione del coinvolgimento materno con la prole, alterando l’ingaggio e l’interazione madre-figlio. Il comportamento di madri depresse di neonati fino a 6 mesi d’età è caratterizzato da comunicazione verbale e visiva estremamente impoverita. I bambini hanno maggiori probabilità di incorrere in problemi di sonno e allattamento, in manifestazioni di evitamento (distoglimento dello sguardo, allontanamento del corpo), regolazione affettiva deficitaria, disturbi dell’alimentazione e della crescita (Field, 2010). A lungo termine, la prole di donne con depressione perinatale sviluppano uno stile di attaccamento insicuro-evitante. Trattandosi di un periodo critico a livello di maturazione neurale, l’inadeguata interazione madre-figlio può ripercuotersi negativamente a livello della morfologia e fisiologia cerebrali, della reattività allo stress, delle abilità sociali, emotive e cognitive, riscontrabili fino all’età puberale e persino adulta (Weaver, Cervoni, Champagne et al., 2004; Brand e Brennan, 2009).

Molte donne preferiscono un approccio non farmacologico alla depressione, come quello offerto dalla psicoterapia, se hanno deciso di allattare il neonato. Sempre più ricorrenti per utilità e agevolezza sono gli interventi presso la stessa dimora della paziente, usufruendo del telefono e di internet, che garantiscono flessibilità, rispetto per la privacy, pressoché nullo stigma sociale, basso impatto economico e che sono, anche nel nostro paese, sempre più attuabili.

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