Intervista con il sequence killer

Pubblicato da: Pier Paolo Faresin serie TV
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Noto un'inquietante analogia nella sigla di apertura di Mindhunter. Un registratore è azionato da precisi gesti inquadrati in riprese ravvicinate. La sequenza è sporcata da fotogrammi di scene del crimine e corpi, portandoci diritti nel genere poliziesco.

È però quando ci soffermiamo sul senso di quei gesti che il tema principale della serie si rivela: una mano scopre, lega, pressa, infilza, rinchiude l’apparecchio, esercitando su di esso un controllo assoluto, come il carnefice con la sua vittima.

Mindhunter racconta la nascita negli anni '70 dello studio sistematico della psiche criminale, il criminal profiling, che si pone l’obiettivo di capire le caratteristiche psicologiche di individui pericolosi e inclini ai crimini violenti per decifrarne le azioni e, se possibile, prevenirle.

Frustrati di fronte a crimini apparentemente irrazionali e immotivati, un coppia di agenti FBI abbandona i metodi di indagine e intervento “tradizionali”, basati sulla psicologia dei delinquenti comuni (rapinatori e sequestratori, per intenderci) per seguire una nuova strada. Troveranno nei colloqui e nelle interviste psicologiche con criminali atipici un metodo di lavoro fondamentale per gettare un po’ di luce in pensieri e gesti spaventosi, cogliendone via via la coerenza, seppur patologica. Superando difficoltà di vario tipo formeranno un’unità specializzata in quella tipologia di assassini che colpisce ripetutamente. Inizialmente definiti “sequence killers” saranno poi chiamati con il nome con cui tuttora li conosciamo, “serial killers”.

Merito di Mindhunter, rispetto alle innumerevoli serie analoghe, è quello di portare in primo piano il dilemma delle scienze del comportamento, costantemente in bilico tra cause e motivazioni dell’agire umano. Il gesto del serial-killer è inevitabile o è una di tante possibilità? Segue meccanismi causa-effetto che possiamo spiegare con certezza o è frutto di scelte e motivazioni umane che, per quanto distorte, possiamo indagare e comprendere anche se mai in via definitiva?

Allora come oggi, il tentativo di comprendere le ragioni di un crimine violento (senza giustificarlo, ma cercando di dargli senso alla luce delle vicende personali di chi lo commette) non era esattamente vista di buon occhio: crimini efferati erano liquidati come gesti insensati compiuti da “degenerati”, malati dalla nascita o predisposti al “male”. Ammettere una maggiore complessità significa abbandonare parte delle nostre certezze su di noi e gli altri. Poco rassicurante pensare che tra chi compie crimini assurdi vi possano essere anche persone con cui interagiamo ogni giorno. In una sequenza emblematica un poliziotto, scosso dall’ipotesi che l’autore di un brutale omicidio possa essere un insospettabile della sua comunità commenta incredulo: “io ci vado a messa con queste persone!”.

Ispirata al libro di chi ha vissuto le vicende narrate, la serie ripropone personaggi e crimini che hanno segnato l’epoca, evitando eccessi visivi ma senza risparmiarci nulla in termini di linguaggio e descrizioni. Forse non è adatta ai più sensibili, ma è godibile e interessante per come affronta temi delicatissimi: il confine tra comportamenti leciti e illeciti, la morale, i risvolti umani e professionali del lavoro di profiling, cause e motivazioni di modi di essere apparentemente incomprensibili.

Mindhunter è prodotto tra gli altri da David Fincher, regista che ha una vera ossessione per il tema serial-killer, visto che Se7en del 1995 è opera sua, così come Zodiac del 2007, al 12° posto tra i 100 grandi film del 21° secolo secondo la BBC.

Come tante storie di successo contemporanee anche quella del criminal profiling inizia in un piccolo scantinato, scena che rapisce lo spettatore quando parte la linea di basso di “Psycho Killer” dei Talking Heads. Questa volontaria prigionia durerà 10 puntate di 50 minuti ciascuna circa. Mindhunter è su Netflix ed è già stato rinnovato per una seconda stagione.