Sillabando o matematicando... si gioca!

È probabile che interferisca un ricordo del passato, quando dalla finestra di casa tuonava un: «è ora di fare i compiti, salite!»… ma mi è impossibile negare che per anni «studiare e giocare» abbiano rappresentato, nel vivere quotidiano mio e dei miei amici di cortile, due mondi contrapposti, due binari della vita decisamente inconciliabili. La leggerezza del gioco contrapposta alle briglie della scrivania, la vivacità dell’interazione tra simili contrapposta al silenzio del libro…

Eppure, a pensarci con più attenzione e con la quasi-saggezza della quasi-maturità, lanciare progressivamente un sasso sul numero disegnato per terra (ordinamento cardinale) e contare i salti su una gamba per raggiungere il riquadro segnato dal sasso (linea dei numeri) hanno certamente rappresentato uno dei primi modi per capire che dietro un numero c’è una quantità e che per raccogliere il sasso in dirittura di arrivo (quadrato numero 10), prima, devi avere mantenuto l’equilibrio per almeno 10 volte.

E se torno ancor più indietro nel tempo, quando intorno ai cinque anni si partiva presto il sabato mattina con la Cinquecento per iniziare le vacanze al mare, ricordo che la mamma mi aiutava a contare i giorni che mancavano, ponendo solide basi per tutte le numerose differenze che durante la scuola elementare ho svolto con meno passione del countdown per la spiaggia…

Questi i ricordi più immediati, ma in molte occasioni di gioco ho inavvertitamente incontrato la matematica, la geometria, l’italiano, l’ingegneria aereonavale… Mi viene in mente in particolare uno dei tanti divertenti bagni in vasca con mia mamma che mi cospargeva di sapone mentre incastravo e smontavo piccoli piroscafi di Lego. E senza accorgermi, manipolavo, contavo e valutavo il peso specifico degli oggetti con e senza acqua.

Ciò che intuitivamente facevano più di quarant’anni or sono mamma e papà, quest’ultimo non adeguatamente citato perché trattenuto spesso dal lavoro, è ora fondamento della mia interazione – reciprocamente educativa – con i miei due figli di 9 e 8 anni. Basti pensare, e garantisco che non c’è traccia di noia in tutto questo, che le lunghe salite in skilift con scarponi e sci diventano spesso un divertente esercizio di concatenazione sillabica (utilissima attività metafonologica di scomposizione e analisi della veste sonora delle parole): vince chi propone una parola la cui ultima sillaba non consente al giocatore successivo la creazione di una nuova parola. Sfido chiunque a concatenare in pochi secondi «de / li / rio» dopo che sono già state citate le parole più frequenti (rio… riottoso… rione…). Perso!

Apparentemente noioso (ma solo apparentemente) può apparire il gioco – sempre da skilift o da coda in tangenziale – dell’etichettamento (attività di potenziamento del patrimonio lessicale e di palestra della memoria a lungo termine attraverso il richiamo di etichette verbali), che consiste nel chiedere – sempre a turno – cosa siano o come si chiamino gli oggetti che si incontrano nel campo visivo. Ho scritto con consapevolezza «apparentemente noioso» perché, sebbene si tratti di un gioco non immediato per bambini ai primi approcci con la ricchezza della lingua italiana, lascio solo immaginare come possa venire alimentata la fantasia di un giovanissimo sciatore (se accompagnata da noi adulti con entusiasmo e complicità), quando un «pilone» (scheletro portante dello skilift) si trasforma con le sue parole in un «mega stuzzicadenti di ferro»!

Forse più rischiosa, per gli effetti collaterali di un furto, ma ha la sua utilità anche la conta dei biscotti a colazione tra fratelli (concetto della differenza: tu ne hai 8, io solo 3, quindi tu ne hai 5 in più…). O come non notare il confronto di lunghezze dei panini con la Nutella. Entrambe queste scene di ordinaria colazione sono una rappresentazione ludico-reale dell’unità di misura e un esercizio fattivo delle procedure di calcolo a mente.

Non mi annovero certo nella top list degli psicologi blasonati che sostengono l’utilità di ancorare al reale la comprensione dei concetti, prima ancora di darne la spiegazione algoritmica, e di utilizzare oggetti manipolabili (come ad esempio i regoli) per rappresentare le quantità. Ma è sempre opportuno ricordare che il contributo dell’adulto, che insegna giocando con la realtà, alimenta e consolida importanti abilità che già ci appartengono in maniera innata, come per esempio la capacità di fare piccole quantificazioni (subitizing), addirittura potenziandola in caso di presunte difficoltà.

Basta quindi poco per capire che se il gioco, con l’aiuto partecipe e divertito dei genitori, diventasse il primo strumento di apprendimento, ci accorgeremmo che anche il cortile o lo skilift o le code in macchina si possono talvolta elevare a scuola, in modalità peripatetica divertente e indolore.


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