Illusionismo, non solo destrezza

Durante il congresso magico di Saint-Vincent in Valle d’Aosta, uno dei più grandi maestri del mentalismo moderno, Max Maven si intratteneva con i congressisti e gli altri ospiti chiacchierando del più e del meno, e ad un certo punto un congressista decise, timidamente di porgli una semplice domanda ovvero cosa fosse per lui l’illusionismo, la sua risposta fu immediata e senza troppe esitazioni la creazione di una realtà diversa, nuova dove il mago decide i tempi, le regole e ri-definisce il concetto di possibile e impossibile.

Ebbene in questa risposta si coglie il senso di creazione di un mondo diverso da quello ordinario, un nuovo scenario esperienziale che va oltre la logica e la quotidianità, lo scenario dell’illusione che spacca e distrugge l’atteso a favore dell’imprevisto e della sorpresa.

Questo è possibile grazie a un patto tacito tra prestigiatore e pubblico: il primo promette di stupire e quest’ultimo accetta di farsi ingannare, e anche se lo spettatore farà di tutto per cercare di rimanere attento e vigile il più delle volte non riuscirà a spiegarsi «il come sia possibile» di quel determinato effetto, ma tutto ciò come si può spiegare?

Come si fa a ingannare qualcuno consapevole che da lì a poco verrà ingannato?

Subito pensiamo che questo avvenga grazie alla destrezza, velocità e abilità di manipolare oggetti del prestigiatore ma ovviamente non può bastare, l’abilità manuale è di certo fondamentale ma non sufficiente; basilare è la comunicazione e soprattutto la capacità di saper cogliere il momento giusto in cui inserire la manipolazione ovvero il trucco, il far sparire la moneta per intenderci, ed ancora più difficile saper cogliere l’attimo per compiere il prestigio vero e proprio, farla riapparire.

Per muoversi liberamente nell’inganno, i prestigiatori, non solo hanno studiato le tecniche manipolatorie, gli strumenti e gli stratagemmi più antichi nella storia della prestidigitazione – alcuni risalgono addirittura ai tempi degli egizi, come il famoso numero delle tre campanelle ed oggi evoluto nell’effetto dei tre bussolotti e delle tre palline - , ma specialmente hanno approfondito lo studio di tecniche di persuasione che con il loro sapiente utilizzo, portano lo spettatore verso un prestabilito numero di scenari possibili, in cui il suo raggio di azione è limitato o comunque sotto il costante controllo del prestigiatore.

Silvan, maestro dell’arte magica nel mondo, disse che «il mago è colui che sta sempre due passi avanti allo spettatore», e non vi è definizione più appropriata; per stare «avanti», però bisogna poter ipotizzare le mosse del pubblico o ancora meglio definirne alcune in cui questo si possa muovere, e per fare una cosa di questo tipo gli illlusionisti si sono serviti della psicologia, la scienza che più di tutte cerca di comprendere le scelte e i comportamenti umani da secoli, teorizzando alcuni principi utili ai fini dell’inganno.

In primis la regola principale è guardare sempre dove vorremmo guardasse lo spettatore, infatti il pubblico guarda il più delle volte nella direzione in cui il «mago» sta guardando per avere conferma che quello è il punto giusto dove canalizzare tutta l’attenzione, permettendo al prestigiatore di agire indisturbato.

Altro stratagemma è quello di «addestrare» il pubblico a guardare sempre in una determinata zona con la ripetizione di schemi che portano la sua attenzione, il più delle volte, nello stesso punto; faccio un esempio: nel momento in cui voglio far sparire una moneta non mi basterà guardare la mano in cui sostengo che questa sia, nascondendo quella in cui realmente è, ma dovrò ripetere questa azione n volte finché non vedo che l’attenzione del pubblico è totalmente sul punto da me prestabilito, permettendomi di compiere il prestigio e quindi farla sparire.

Quindi è importante abituare gli spettatori a una serie di movimenti o azioni ripetute che non portino a nulla, ad esempio utilizzare sempre lo stesso modo di posizionare una moneta sul palmo della mano anche quando questa non deve sparire, ma semplicemente deve essere ispezionata dal pubblico. Una volta che queste azioni vengono immagazzinate come «innocue» possono portare al minimo il sospetto del pubblico con conseguente abbassamento delle soglie attentive, andando a segnalare il momento più opportuno per eseguire il prestigio, senza troppe preoccupazioni.

Altra regola nel mondo della prestidigitazione è quella che sostiene come un «grande gesto» ne maschera uno piccolo, in sostanza un movimento ampio attira subito l’attenzione del pubblico permettendo di svolgere quel piccolo gesto che è il trucco, in modo veloce e inosservato.

Facciamo ora un esempio pratico: se voglio far sparire una moneta dalla mia mano destra dovrò innanzitutto abituare il pubblico alla sequenza di movimenti che porta la moneta dal tavolo o da dove è posizionata alla mia mano destra e in seguito ad un determinato numero di ripetizioni, che mi permettono di acquisire la fiducia del pubblico, arrivare a quel famoso momento che mi permette con un soffio o agitando la mano sinistra su quella destra, magari recitando una parola magica – il sopracitato «grande movimento» o in termini più tecnici la misdirection – di poter nascondere il trucco - piccolo gesto - e poter così mostrare la mano vuota tra lo stupore di tutti; ciononostante una sparizione implica sempre una ri-apparizione, ed ecco che avvicinando la mano dietro l’orecchio dello spettatore la moneta riappare in uno stupore complessivo, climax finale del numero magico.

Se ciò non fosse sufficiente, il prestigiatore perfezionista e più esigente può ambire a influenzare anche determinate risposte verbali nello spettatore, ad esempio attraverso il linguaggio del corpo in particolare gli illusionisti sono abili nel finire sempre una domanda accennando già con il capo alla risposta che vogliono sentirsi dire dal pubblico, quindi quando metto un moneta nella mia mano destra e l’avvicino, chiusa, allo spettatore domando, guardandolo negli occhi : «la moneta è qui dentro, vero?» accenno poi immediatamente ad un gesto di consenso ripetuto con il capo accompagnato da un sorriso, ed ecco che lo spettatore mi imiterà senza neanche volerlo confermando la mia affermazione. Un bravo illusionista non aspetta mai una risposta, la costruisce nel momento stesso in cui formula la domanda consegnando già una sorta di prototipo di risposta allo spettatore.

Queste tecniche ancora più sottili, vengono assiduamente usate nel mentalismo, arte affine alla prestidigitazione ma che si discosta da questa in quanto rifiuta l’utilizzo di trucchetti per forzare una scelta, preferendo l’utilizzo di un’influenza psicologica che lavora di più sul versante emotivo e dell’entrare in contatto con l’altro, per questa ragione meno «schiava» di oggetti di scena.

Detto ciò deontologicamente, o meglio deonto-magicamente, parlando evito di scendere troppo nello specifico di argomenti che riguardino le tecniche di mentalismo per salvaguardarne la loro segretezza, anche se sono certo che molti appassionati di psicologia possano già conoscere alcune di queste «tecniche» di condizionamento, quantomeno dal punto di vista teorico.

Finisco questo breve viaggio nel mondo dell’illusionismo, ricordando che l’emozione è una componente vitale tanto per il mentalismo quanto per l’illusionismo e non solo per la sua utilità di intrattenimento, ma ancora una volta come un’ennesima tattica per sviare l’attenzione, infatti più ci sentiamo coinvolti emotivamente osservando qualcosa più la nostra consapevolezza cede all’emozionalità osservando il numero magico non più con un’attenzione selettiva su un dato punto, ma vivendola ed osservandola nel suo insieme concentrandoci più sulle sfumature di significato, che su quei piccoli gesti che a tratti risultano essere sospetti.

Costruire un numero di magia, significa costruire una storia coerente che ha un inizio, un intermezzo e una conclusione che deve emozionare tanto quanto deve stupire; l’illusionismo è una delle poche finestre che abbiamo per osservare come il concetto di «impossibilità» sia totalmente relativo e aperto a molteplici ri-significazioni da parte del pubblico che per un istante si muove su un piano esperienziale del tutto nuovo, e mai esplorato entrando in quel mondo che Maven aveva definito come mondo nuovo, in cui l’atto immaginativo è contemporaneamente un atto creativo concreto che ci permette di costruire una realtà diversa, magica.

Autore di questo bell'articolo è Federico Cominardi, laureando in psicologia e illusionista bresciano, che ha svolto parte del suo tirocinio formativo nel nostro studio. Grazie ancora Federico! Potete mettervi in contatto con lui all'indirizzo fede-ws hotmail.it.


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